Maglione largo per rendersi invisibile, capelli alla maschiaccio e non un filo di matita per i miei 12 anni. La mia prima vera “notte dei miracoli” inizia così.  Non avevo molta dimestichezza nei rapporti col mondo esterno o meglio…diciamo che il pubblico a cui ammiccavo soleva far richiudere il sipario senza darmi nemmeno la possibilità di andare in scena. Le notti prima di quella Notte, perciò, ruotavano attorno all’alternanza tra l’Essere una studentessa da primo banco e il non Essere un animale sociale…da compagnia. Le due cose, per molti ragazzi della mia età, non potevano che camminare a braccetto e anche io avevo finito per crederci. L’Essere o non Essere, del resto, si sa, è sempre stato un dilemma…per tutti. Ecco perché, per la mia notte dei miracoli, mi addobbai a festa, decisa ad uscire da quello stato di “convenzione”, impiegando giorni per scegliere l’outfit migliore che al momento cruciale si ridusse in: mani sudate, fiato corto e salivazione azzerata. Era una quasi-notte di mezzo inverno quando, un po’ per curiosità e un po’ per via di una scommessa persa con mio padre, misi per la prima volta piede lì dentro. C’erano fogli con strani arabeschi neri ovunque, un grande lampadario in cristallo al centro della sala e cartelloni in abito da concerto come affreschi alle pareti. Poi lui, lì, ben in vista nel suo angolo speciale, vestito di un doppiopetto color velluto bruciato d’altri tempi. Osservava la scena come un regista silenzioso, in attesa che i miei occhi sperduti prendessero confidenza con l’ambiente. Certo, l’incedere ritmico, costante, che proveniva dal suo taschino in alto a destra non era proprio il calmante migliore per la situazione d’emergenza in cui mi trovavo: il feeling instaurato con i libri mi aveva insegnato ad inoltrarmi solo in territori che potevo conoscere e controllare e quello non era esattamente un luogo in cui passeggiare distrattamente. Fino a quando…non decisi di concentrarmi su un dettaglio buffo per togliermi dall’imbarazzo. A guardarlo bene, l’anziano Signore, in qualcosa tradiva la sua austera eleganza: a chi sarebbe mai venuto in mente, infatti, di abbinare una lunga fila di bottoni bianchi e neri su un vestito color velluto bruciato di altri tempi? La mia soggezione era salva, almeno per un po’. In ogni caso non mi sarei comunque potuta sentire più a disagio lì di come non mi sentissi già fuori da quella stanza, per cui valeva la pena fare un tentativo. Avrei appuntato anche questo promemoria sul mio quaderno verde speranza, con tanto di pappagalli esotici in copertina, che avevo portato con me, da studentessa da primo banco quale ero, per quel viaggio d’istruzione che aveva tutta l’aria di essere tra i più significativi che avessi mai potuto fare. Accanto allo strampalato, per quanto elegante, anziano Signore, stava una donna di molti anni più giovane di lui, di un’affabilità corretta da un pizzico di severità che aveva sicuramente a che fare con l’influenza di quel tipo che le sedeva accanto. Aveva occhi grandi e mani curate e, soprattutto, il potere di fermare quell’incedere ritmico e costante che proveniva dal taschino in alto a destra di cui sopra (Ecco, ora andava già meglio!).  

«Allora, cosa mi fai sentire?».

Un momento, fermi tutti, stai dicendo a me? - avrei voluto risponderle – sentire io? Io posso far sentire qualcosa a qualcuno che ha voglia di ascoltarmi? Dove sta il trucco? Sul più bello chiuderai il sipario anche tu, non è così? È questo il tuo gioco.

Fermato il criceto (di cui un’attenta descrizione nelle righe precedenti) che girava a vuoto nella mia testa, ora più sperduta degli occhi con cui ero entrata: «E Se Domani…», mi affrettai a dire, «Mina», puntualizzai, mentre il criceto già mi rimproverava: “Lo sa già che fu Mina a portare al successo questo brano di Carlo Alberto Rossi e Giorgio Calabrese. Cretina!”.

A quel punto, estrassi dalla valigia i miei oggetti di scena, Mani Sudate, Fiato Corto e Salivazione Azzerata e iniziai. Il brano durò un tempo sufficientemente lungo per poter maledire nell’ordine la mia curiosità e la scommessa con mio padre. Il terrore di dimenticare le parole, visto che a quegli strani arabeschi neri sul foglio non davo ancora molta importanza, fece il resto.

Seguì il silenzio. La giovane donna affabile e severa, non disse nulla, come nulla aveva ancora detto il tipo stravagante che le sedeva accanto. Di sicuro, una volta fuori da quella stanza Mani Sudate, Fiato Corto e Salivazione Azzerata avrebbero dovuto vedersela con me per la figura che mi avevano fatto fare.

 
Poi, si rivolse all’anziano Signore: «Bene, ora esercitiamoci un po’, vediamo come te la cavi».

L’austero, elegante ma strampalato, Signore prese finalmente a parlare: era un fiume in piena.
Sulle prime, non riuscivo a tenere il passo, nello sforzo di cogliere il senso di tutto.
Lui parlava, parlava, ma non era come a scuola, non capivo… e improvvisamente proprio questo era il bello: scoprivo che l’incomprensione poteva, addirittura, diventare affascinante. Mentre prendevo nota per non dimenticarmene, dovevo, comunque, trovare, un modo per non restare indietro. Allora, provai a non pensare che c’era un tutto che non ero in grado di comprendere e decisi di lasciarmi prendere per mano dall’ignoto. Il risultato fu esaltante: di colpo, ero in quella stanza e allo stesso tempo in qualsiasi altro posto fuori da lì. L’anziano Signore incalzava nella sua lingua incomprensibile ed io ero… felice. Per una volta felice persino di non capire. Lui correva e, lasciato il primo banco, muovevo i miei primi passi, cercando di raggiungerlo. Col passare del tempo, anche il ritmo dei piedi cominciò a cambiare. Camminavo più veloce, accennando ad una corsa, e dietro di me Mani Sudate, Fiato Corto e Salivazione Azzerata scomparivano alla vista. Il passo incerto era ora spedito e confortevole, il disagio del mondo fuori da quella stanza, un ricordo. I fogli di strani arabeschi neri volteggiavano in aria come impazziti, prima di atterrare delicatamente sul pavimento. Anche i cristalli del lampadario mi sembravano proporre una loro del tutto personale danza, seppure composta, così come si conviene ai cristalli (o almeno credo). La giovane donna, con un rapido gesto, si preparava al gran finale armeggiando sugli 88 bottoni bianchi e neri e all’ultimo rintocco dell’infaticabile aggeggio del taschino in alto a destra, le parole, il volteggiare dei fogli e la danza dei cristalli, tutto, cessò.

«Che te ne pare?», mi chiese la donna.

«Strano…», risposi un po’ pensierosa.

«Cosa è strano?», aggiunse.

«Che tutto si è mosso. Persino io. Ma non ci siamo mai spostati da qui…»

Sorrise. «Ci vediamo tra una settimana. Prepara una lista di brani che ti piacerebbe cantare».
«Inizieremo da quelli?», domandai entusiasta. «Ovviamente no», frenò l’Affabilità severa, «ma ti torneranno utili, tra un ostacolo e l’altro, quando dovrai ricordarti dove sei diretta».

“Scrivere una lista di brani che non canterò”, annotai sul quaderno verde speranza con pappagalli esotici e dopo pochi convenevoli richiusi la porta alle mie spalle.

Fu una notte proprio strana quella. Nella mia prima volta a spasso per il mondo con occhi che, seppure sperduti, erano nuovi di zecca, avrei anche preso parte ad una di quelle feste di compleanno in cui sono i genitori a scegliere gli invitati: perché escludere qualcuno che riteniamo inutile è segno di maleducazione (bambino cattivo!). Non avvertivo però il peso di dovermi unire alla tappezzeria vintage, stavolta. Né mi preoccupava il fatto che il ragazzino bello e dannato dell’ultimo banco, nonché della prima pagina del mio diario, si sarebbe scatenato in pista con Gonna Corta della terza fila, realizzando, di fatto, il primo incontro ravvicinato di non so bene quale tipo della sua vita.

Dentro di me, qualcosa si sentiva più importante di tutto il resto, di tutto questo: la libertà di espressione, la creativa convivenza con le regole, l’adrenalina del viaggio, fiumi in piena, fogli volanti, la danza dei cristalli. Mani Sudate, Fiato Corto, Salivazione Azzerata, la luce e poi… Sipario.

Flash. Foto di classe. Sorridevo: non era mai accaduto, non in certe circostanze. Doveva essere proprio una notta strana quella. Una notte di mezzo inverno da miracoli, insomma. E non perché stavo facendo della voce un rifugio in versione aggiornata, ma perché la musica mi incoraggiava ad esplorare il mondo, a sentire un pavimento freddo vibrare sotto piedi pronti a correre, a caricare gli ingranaggi del mio taschino in alto a sinistra e, soprattutto, a non giudicare mai un libro dalla copertina… anche se piena di verdi pappagalli esotici.

Questa è la storia. Sul finale ci stiamo ancora lavorando ?